Un amore, di Sara Mesa

Chiara Beretta
6 min readJun 9, 2022

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Un amore di Sara Mesa è una storia di violenze. Al plurale, perché sono tante e multiformi, travestite da cortesia, freddezza, senso pratico o amicizia. Quando ne ho parlato con un uomo che aveva letto il libro, questa parola — violenze — gli risultava incomprensibile, inaccettabile. La violenza vera raccontata nelle pagine del libro, diceva, è una sola. Arriva nella parte conclusiva del romanzo e ha la forma che ci aspettiamo: le mani e il respiro altrui sul corpo, le braccia bloccate nei movimenti, i lividi. È l’apice, il picco. La fine che anticipa il nuovo inizio, come da manuale. In effetti la radice di violenza è il latino vis: vigore, forza distruttiva, prepotenza. Ma vis è anche influenza, controllo. Il potere di condizionare le vite altrui. La radice torna anche in violare, a ricordarci che c’è un moto di violenza ogni volta che invadiamo un confine, che irrompiamo in uno spazio che sia fisico, intimo o emotivo.

Nat, la protagonista di Un amore, pubblicato in Italia nel 2021 da La Nuova Frontiera, convive con la ripetuta violazione di sé e dei suoi spazi. Di lei la spagnola Sara Mesa non ci dice molto. Ha una trentina d’anni e fa la traduttrice. Aveva un lavoro fisso che ha lasciato. Si è trasferita a La Escapa, un minuscolo e dimenticato paese della Spagna rurale, ma non sa dire il perché. È sola. La incontriamo la prima volta sdraiata sul divano della sua nuova casa in affitto. La vorrebbe silenziosa, pulita e vicina al mare, invece è polverosa e mal tenuta, nel mezzo di una campagna secca e torrida, con rumori di strade in lontananza, grilli, latrati. Nat vorrebbe non pensare, invece “i pensieri arrivano e scivolano attraverso di lei intrecciandosi”, “le si accumulano dentro, un pensiero sopra all’altro”.

Quando la incontriamo, Nat sta aspettando lo sgradevole proprietario della catapecchia in cui si trova. L’uomo fa il suo ingresso con il contratto di affitto in mano e la protagonista, ci dice Mesa, per la prima e unica volta nel romanzo “trova la forza necessaria per attaccare”. La finestra della camera da letto non si chiude bene, dichiara. Il rubinetto perde. È tutto sporco. I reclami non hanno l’effetto sperato e lei lo capisce prima ancora che il proprietario di casa parli, rivelando chiaramente la sua indole. È sufficiente che lui serri la mascella, che sorrida con più freddezza: “Nat intuisce che è un uomo iracondo. E ora vorrebbe battere in ritirata”.

Il padrone di casa sarà il personaggio che più di tutti violerà i confini della protagonista. Quelli della casa, intromettendosi nell’abitazione senza preavviso e senza permesso. Quelli del corpo, ostentando su di lei lo sguardo e poi le mani. Quelli emotivi, soprattutto: sminuendo le sue esigenze, insultandola, ridicolizzando le sue scelte, svalutando la sua dignità, mancandole di rispetto.

Le violenze, dicevamo, hanno tante forme e non necessariamente prevedono l’uso della forza fisica. Anche Pìter, nel romanzo, ne è un esempio, seppur in modo più sottile e ambiguo. Nat fa presto la sua conoscenza. L’uomo vive da tempo a La Escapa e in virtù di questo — oltre che del fatto di essere uomo, di essere di pochi anni più vecchio di lei e di dirsi suo amico — fin dal primo momento non manca mai di far notare alla protagonista quanto stia clamorosamente sbagliando nelle sue scelte di vita, nei suoi interessi, nelle sue reazioni e relazioni. Quando Nat sceglie di non confidarsi con lui in merito agli aspetti più intimi della sua vita, Pìter entra in scena semplicemente per farle sapere che lui sa già tutto. Ma, aggiunge, solo perché il paese è piccolo, solo perché si preoccupa per lei. Ricorda che so tutto di te, anche quello che vuoi tenere segreto. Non è anche questo un esercizio di potere, di controllo?

E poi c’è Andreas, il personaggio principale attorno a cui ruota la breve esperienza di Nat a La Escapa. Soprannominato il tedesco, l’uomo non conosce personalmente la protagonista né le ha mai parlato, ma un giorno si presenta a casa sua per proporle uno scambio: le riparerà le tegole del tetto rotte e le infiltrazioni se lei farà sesso con lui. La richiesta è sconvolgente per la semplicità, il candore e la praticità con cui è posta. Andreas non pronuncia la parola amore, rapporto, nemmeno sesso. Non è sordido, viscido, ambiguo né prepotente. E Nat non reagisce con rabbia, non si indigna. Non pensa — e se lo fa, non vi si sofferma — quello che penserebbero altri al suo posto, ovvero: come si permette? Permettere, dal latino permitto: concedere, lasciar entrare, far penetrare. C’è una linea che separa il lecito dall’illecito, l’opportuno dall’inopportuno, l’accettabile dall’inaccettabile. Quale confine viene penetrato da Andreas nel momento in cui pone questa domanda a una sconosciuta?

Questo episodio segna in seguito l’inizio di una relazione tra Andreas e Nat, che prima rifiuta la proposta e poi torna dall’uomo. In una storia di soprusi e violenze esplicite o velate, è interessante il fatto che la protagonista, più o meno consapevolmente, abbia visto in questo rapporto soprattutto la possibilità di sentirsi potente. In realtà i fatti la smentiranno, relegandola ancora una volta a una posizione succube: questa presa di coscienza è l’inizio della fine della storia.

“In maniera confusa si sente truffata. Ciò che l’ha portata ad accettare il patto delle tegole è stata una visione di Andreas che ora sfuma completamente. L’aveva attratta l’immagine che si era costruita di lui, o forse quella che lui stesso aveva voluto dare: un uomo di campagna senza possibilità di cambiamento e che da molto tempo, aveva detto lui stesso, non stava con una donna. Un uomo che aveva perso la capacità di sedurre, se mai l’aveva avuta, che si vedeva costretto a proporre un baratto di beni come se vivesse in un villaggio primitivo e ignorasse le regole elementari della cortesia. (…) Un uomo che soltanto, unicamente con umiltà e goffaggine, chiedeva che lei lo lasciasse entrare, come chi mendica davanti a una porta. L’inesperienza di lui ingigantiva lei, la rendeva potente. La carenza di lui era per lei la sua ricchezza”.

Fin dalla prima pagina di questo libro straordinario si ha l’impressione di assistere a un costante rimpicciolimento dello spazio vitale di Nat. La donna appare sprovvista di risorse, volontà o energie per difendersi dalle continue incursioni e micro-aggressioni delle persone intorno a lei. La vediamo oppressa dalla volontà altrui, anche quella mascherata da buone intenzioni. Criticata nelle sue scelte, persino le più banali. Violata nei suoi spazi e anche nel suo dolore, che tutti conoscono e giudicano. La Escapa è il teatro perfetto di questo soffocamento esistenziale. Il paesino, che non ha nulla della bucolica poesia dei luoghi di campagna, è sovrastato dal monte Glauco, che Nat ritiene oppressivo e inquietante, ed è abitato da una comunità di estranei votati in egual misura all’indifferenza e alla facile condanna. Persino il meteo a La Escapa non dà tregua e oscilla tra il caldo asfissiante e la pioggia violenta che, ben lontana dall’immagine purificante che talvolta l’accompagna, porta solo danni, infiltrazioni e sonni agitati.

Ritirandosi nel piccolo paese, poi nella casa sgangherata e nella compagnia di un cane schivo e diffidente, poi nella speranza di un amore, infine solo in se stessa, Nat ricorda un polmone che si contrae lentamente, fino all’asfissia. Ma è a quel punto, quando viene raggiunto il limite — il picco della violenza, il punto più basso della sofferenza — che il respiro ricomincia e Nat si espande. Occupa di nuovo spazio, dentro e fuori. Anche la memoria diventa un territorio interiore in cui reinsediarsi: alla fine Nat riguardo i fatti di La Escapa ha ricordi decimati e svuotati di valore. Quando torna in cima al monte Glauco, dove era stata con Andreas, non lo fa per recuperare le sensazioni del passato, ma per “cancellarle e scriverne sopra di nuove”. Improvvisa un addio. Impara qualcosa su se stessa. E, seduta su un sasso, respira a pieni polmoni.

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Chiara Beretta

Giornalista. Scrivo. Un po’ a Milano e un po’ a Torino.